Tre sono in Pericolo critico, mentre il quarto è già estinto in Italia come nidificante. In occasione della Giornata internazionale degli avvoltoi, che ricorre il 5 settembre, l’Unione Italiana dei Giardini Zoologici e degli Acquari (UIZA) richiama l’attenzione sulla situazione delle quattro specie di avvoltoi d’Italia: grifone, gipeto, capovaccaio e avvoltoio monaco.
Uccelli che svolgono un ruolo ecologico insostituibile, consumando rapidamente le carcasse e contribuendo a limitare la proliferazione di agenti patogeni, ma che nel corso del tempo hanno pagato anche il peso di un’immagine negativa che ha contribuito alla loro persecuzione.
«Eppure – osserva Cesare Avesani Zaborra, presidente dell’Unione Italiana dei Giardini Zoologici e degli Acquari UIZA, in occasione della Giornata Internazionale degli Avvoltoi che ricorre domani – si tratta di animali che più di altri hanno pagato il peso di una pessima fama, molto diffusa in passato, che li ha perseguitati. Oltre a ricostituire le popolazioni selvatiche, ora dobbiamo agire anche per riabilitarne l’immagine presso il pubblico, archiviando definitivamente molti dei pregiudizi che hanno contribuito alla loro scomparsa».
Grifone, le reintroduzioni hanno rafforzato le popolazioni
Il grifone (Gyps fulvus), classificato “In Pericolo critico” nella Lista Rossa italiana, è oggi l’avvoltoio più numeroso nel nostro Paese, con popolazioni concentrate soprattutto in Sardegna, Sicilia, Appennino centrale e arco alpino.
Molti esemplari nati nei giardini zoologici sono stati liberati per rafforzare i nuclei presenti in Sardegna e Friuli-Venezia Giulia.



Circa 220 gipeti reintrodotti dagli anni Ottanta
È classificato “In Pericolo critico” anche il gipeto (Gypaetus barbatus), scomparso dalle Alpi italiane all’inizio del Novecento e successivamente tornato grazie a un programma internazionale fondato sulla riproduzione ex situ.
Dagli anni Ottanta, circa 220 individui nati nella rete dei giardini zoologici e dei centri specializzati sono stati reintrodotti in natura.
Capovaccaio, dalle 71 coppie del 1970 a circa 12
La stessa categoria di rischio riguarda il capovaccaio (Neophron percnopterus), considerato l’avvoltoio più minacciato d’Italia.
La sua popolazione ha subito una drastica contrazione: dalle 71 coppie censite nel 1970 si è passati alle circa dodici attuali, concentrate nel Mezzogiorno.
Anche per questa specie una lunga storia di riproduzione in ambiente controllato ha permesso di liberare giovani individui e seguirli durante le migrazioni verso l’Africa.
L’avvoltoio monaco è estinto in Italia come nidificante
Diversa è la situazione dell’avvoltoio monaco (Aegypius monachus), classificato nella Lista Rossa italiana come “Estinto nella Regione” perché scomparso come nidificante.
Singoli esemplari tornano occasionalmente a frequentare il territorio italiano, mentre nuovi progetti stanno valutando la possibilità di ricostituire una popolazione, a cominciare dalla Sardegna.
Il ritorno degli avvoltoi in natura passa attraverso diversi strumenti: dalla riproduzione ex situ alla preparazione degli individui al rilascio, dal monitoraggio satellitare alla cura degli animali feriti. A questi interventi si affianca il contrasto alle principali cause del declino, tra cui bocconi avvelenati, contaminazione da piombo, uccisioni illegali, elettrocuzioni e collisioni con le linee elettriche.
«Riproduzione ex situ, preparazione al rilascio, monitoraggio satellitare, cura degli individui feriti e contrasto alle principali cause del declino globale come bocconi avvelenati, contaminazione da piombo, uccisioni illegali, elettrocuzioni e collisioni con le linee elettriche, sono tutti strumenti per vincere la sfida del ripopolamento», conclude Avesani Zaborra. «Ma riportare gli avvoltoi in natura non basta: dobbiamo restituire loro anche il posto che meritano nell’immaginario collettivo. Per secoli li abbiamo associati alla morte, alla sporcizia e alla sciagura, quando sono invece silenziose sentinelle del mondo naturale: eliminano rapidamente le carcasse, limitano i rischi sanitari per la fauna, per gli animali allevati e per le persone, restituendo nutrienti all’ambiente. Riabilitare la loro immagine significa contribuire concretamente alla loro conservazione».
