Un piccolo primate con un vestitino, alimentato con il biberon e mostrato sui social come un animale domestico. È la vicenda che in queste ore sta facendo discutere sui social, dopo che una nota influencer italiana ha mostrato l’animale nei propri contenuti, raccontando di averlo acquistato durante una vacanza a Sharm el-Sheikh, in Egitto.
Sul caso interviene l’Unione Italiana dei Giardini Zoologici e degli Acquari (UIZA), che richiama l’attenzione non soltanto sulla necessità di verificare la provenienza dell’animale, ma anche sul rischio di emulazione generato dalla rappresentazione sui social della fauna selvatica come animale da compagnia.
Secondo UIZA, il giovane primate potrebbe essere un Chlorocebus pygerythrus, specie inclusa nell’Appendice II della CITES, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione. Acquisto e movimentazione sono quindi soggetti alla normativa internazionale e la provenienza legale dell’esemplare deve poter essere documentata.
«L’animale – avverte Cesare Avesani Zaborra, presidente dell’Unione Italiana dei Giardini Zoologici e degli Acquari UIZA – potrebbe essere un giovane Chlorocebus pygerythrus, cercopiteco incluso nell’Appendice II della CITES: acquisto e movimentazione sono soggetti alla normativa internazionale e la provenienza legale dell’esemplare deve poter essere documentata. A questo si aggiunge il serio rischio di emulazione legato alla diffusione sui social network, che può alimentare pratiche capaci di sottrarre esemplari di fauna selvatica ai propri ecosistemi, per destinarli all’ambiente domestico».
Dietro il commercio illegale di un giovane animale selvatico può infatti esserci una filiera che comincia con il bracconaggio e il prelievo diretto in natura. Nel caso diventato virale sui social, precisa UIZA, saranno le autorità competenti a dover accertare la provenienza dell’animale e la regolarità della sua acquisizione.
«Un animale sottratto al proprio ambiente e separato dalla madre – prosegue Avesani Zaborra – può essere venduto a scopo di profitto, per essere poi detenuto in contesti del tutto inadeguati alle esigenze biologiche, comportamentali e sociali della specie. Nel caso che sta circolando sui social, spetta alle autorità competenti accertare la provenienza dell’esemplare e la regolarità della sua acquisizione. Ma il traffico illegale di fauna selvatica resta un fenomeno globale».
I numeri restituiscono la dimensione del fenomeno. Secondo il World Wildlife Crime Report 2024 dell’UNODC, l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, tra il 2015 e il 2021 il traffico illegale ha coinvolto circa 4.000 specie animali e vegetali, con sequestri registrati in 162 Paesi e territori. Secondo UIZA, inoltre, il fenomeno non è scomparso, ma ha progressivamente spostato la propria attenzione verso specie differenti.
Particolarmente preoccupante è il ruolo che possono assumere i social network nel trasformare un animale selvatico in un oggetto desiderabile. «La diffusione sui social di immagini di fauna selvatica all’interno di appartamenti, filmata e messa online come fosse un simpatico animale da compagnia, rappresenta una sponda preoccupante. L’emozione suscitata da alcune immagini può produrre fenomeni di emulazione, propagandando un illecito e trascurando totalmente i fondamentali del benessere animale. Una piccola scimmia, un pulcino di rapace, un neonato mammifero necessitano di cure specialistiche e personale qualificato».
Dal 1992, con l’applicazione della CITES, i giardini zoologici italiani collaborano con le autorità mettendo a disposizione competenze e strutture per accogliere animali sequestrati e confiscati. Nel solo 2025, secondo UIZA, circa 100 esemplari sono stati affidati dalle autorità alle 19 strutture che fanno parte della rete.
Quando il ritorno immediato in natura non è possibile, gli animali confiscati possono essere inseriti in programmi di riproduzione e contribuire alle attività di sensibilizzazione rivolte al pubblico. Un lavoro che, sottolinea UIZA, serve anche a mostrare le conseguenze che possono nascondersi dietro l’acquisto apparentemente innocuo di un animale selvatico durante un viaggio.
